A tutti i miei cari, alla loro resistenza.
Per Elisa
Quante furono le ragioni per amare
del cuore le tue resistenze
alle umane forze e quiete del dolore,
seppur con debolezza il suono
del mio “Ti amo” tutte le abbraccia.
Sia dunque portato a ogni muto uomo
che da sempre o quanto esserlo pare
quel zéfiro teme, del mar segreto il moto,
come impavido ammiraglio
fedele con vela e con remo.
Non di Seta
Non di seta, né di velluto la pelle
che mi sfiora e mi tortura; mille i petali
sul materasso, non corrente né sasso
che sul mio corpo riposa; i capelli
lunghi la schiena tra i miei rovi di rosa.
Non i polsi, né i fremiti risveglia
gli occhi tuoi verdi e dorati; lieve il volto
mio cacciatore, non stagioni né ore
ove io a te mi avvolsi; non di seta,
ma sempre tuoi i desideri più foschi.
Lettera (Lettrice)
I tuoi muscoli radevano il terreno
in una follia leggera e informe.
Come una menade danzante,
ascoltavi gli spettrali mormorii
delle meraviglie circostanti.
Che fossi dea, donna o pensiero,
parvi in ogni modo sovrannaturale.
Tra le tue braccia hai stretto
le note e i sospiri degli artisti:
possa allora questa lettera
giungere alle tue palpebre di suono.
Non c'è più Grande Errore
E ricordo che tu parlavi tra le magre steli
a tuo padre, attraverso la croce
a due passi dal forte cipresso
e nera all'ombra del marmo.
A spezzare il tono funebre delle tue parole
vi fu un giorno un riso - mi dicesti:
“Parlo ai morti, paio una matta!”
e lo sguardo ridesti ai fiori.
Madre mia, non c'è più grande errore:
la pietra ragione non ascolta,
ma da dovunque sei so che mi rispondi
con due battiti di cuore.
Ricordo il Colore
D’oro le mura e bianche le federe
la sera, il volto tuo non addolorato
onde aprendo gli occhi i miei vedesti
ricordo, e come un amor sei lieve.
Ricordo che allora l’aria era pura
come in un marmoreo tempio, mia pace,
una stanza a Dio vicina, celeste.
E celesti e dorati i tuoi occhi
strinsero i miei, colmi di terrore
di dover guardare oltre il presente.
Celeste sei ogni giorno,
e ogni giorno io vago in questo mondo
grave quanto una tomba sul mio corpo;
ma te ricordando, quella frana via dalle mie spalle.
Impressioni di Foresta
Meditabondo orme ricalco
non anco tracciate, sul sentiero
spuntano foglie zigrinate,
tra i raggi di sole e tra il vetro
un polline dai petali è librato.
Respiro un’aria animale
e passo passo discendo
dal del colle il curvo fianco;
tra i rami del terreno verticali
si cela rápido un pelo.
Vivi, foresta, vivi di sguardi
lanciati al vento come strali;
non pari percepire umano tempo,
eppure quel fu sol che m'insegnasti.
Lasciarti non mi riesce,
sognarti, foresta,
è quel che mi rimane della vita che scorsi.
Lirica Muta
Corde, del corpo mio tirate
sempre a vibrare di lei il tono
chiedo: per qual tacito motivo
eco voi fate al suo richiamo,
e il mio, sorde, ignorate?
Braccia, portato sempre il sangue
per le vene avete sino a dita,
ma ora voi siete abbattute:
può Amor tanto disarmare?
Il corpo mio mutò in strumento tale
per cui armonia non so suonare.
Era Solo una Bottiglia
Giacciono rotti cocci di bottiglia
tra le dure rotaie
cavalcate dal tempo.
Il vento sporco spinge quell'istante
negli occhi tuoi persi
nelle geometrie del quotidiano.
Spietata e inarrestabile torreggia
la macchina e divora
spazio dopo spazio,
spazio dopo spazio,
spazio dopo spazio.
Era solo una bottiglia.
E le terribili grida ancora
risuonano mortali
come il canto di un cipresso.
Micene
Come in alto lo sguardo rivolgo, petraie
mi si parano davanti, vecchie rocce
su altre grigie rocce ricascaste.
E mentre salgo e mi avvicino,
impronte sul sentiero ripercorro
di miliardi di anime e di miti.
E penso i re, e penso i poeti
e osservando la piana che si spande,
la loro stessa folgore mi spezza.
E immagino gli atti che bagnarono il terreno,
immagino le mura che tennero le gioie,
gli orrori, attimi di una prima umanità.
Come dalla cima la reggia ammiro, grandi
rituali non miei mi soggiungono, che narrano
l’eterno principio di noi.
Paesaggio di Morte
Sfrega una folata di vento le querce
sfilando fra i rami le foglie.
Nella sinfonia secca di sentiero
la strada si spoglia della calce:
mi pare di tornare inciampando
a un tempo umano, ancestrale.
Mi inganno, lo so;
vorrei solo essere innocente.
Voi foglie, voi immagini di morte,
voi frescura e sottili frasche,
mi trascinate alla vita come
se il mio stesso corpo la rinnegasse.
Per Elisa II
E non posso altro che amarti
quanto ama il glicine le mura
a cui si stringe e da cui vita
dipende sia giorno che notte.
E questo a tutti è certo chiaro,
ma l’ombra dei fior cela segreti.
Ti penso e sono alla deriva
come esula la terra l’uomo
che salendo su un battello viaggia
lontano nel notturno giardino.
E a tutti non può esser più chiaro,
ma solo io sento delle onde le voci.
Poggio il capo sul cuscino
e mi accorgo di trovarmi in te.
Ma bisogno non ho di immaginare
né sognare i segreti nostri:
in ogni carezza, parola e sguardo
tuo, mi sussurri il tuo “Ti amo”.